1. Latzabrina

Scrisse il suo nome sulla copertina del quaderno e lo guardò. Ancora una volta si trovò a soppesare quel nome così bizzarro che si era ritrovata: Latzabrina, perfetta dimostrazione della teoria secondo cui scendere a compromessi non è quasi mai una buona idea.
Quella fricchettona rumena di sua madre voleva chiamarla Tzara, in onore del poeta dadaista, ma suo padre -professore d’Italiano nella scuola media di Castell’Azzara- aveva sempre sognato di chiamare il suo primo figlio maschio come il diavolo dantesco Calcabrina; quando era nata lei, il 24 Maggio di vent’anni prima, non riuscendo l’una a imporre la propria scelta sull’altro, i suoi genitori avevano finito per fondere i due nomi e generare qualcosa di unico. Come se mescolare i propri geni rumeni e friulani durante il più fugace amore dell’Estate toscana e dare alla luce lei non fosse già abbastanza originale. A quanto pareva, chiamarla Latzabrina Del Ben era il culmine a cui aspiravano.
“Chissà se hanno mai pensato ai quaderni su cui avrei dovuto scriverlo?”, pensò, non senza una punta d’amarezza.

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