3. La Sabrina

Quando era arrivata alle elementari, Latzabrina aveva sei anni ed era già piuttosto avanti con l’apprendimento; naturalmente non sapeva scrivere, se non il proprio nome sbilenco e con l’aiuto di suo padre, ma era in grado di leggere parole semplici e aveva un’ottima memoria per le filastrocche.
“Ogni mês si fâs la lune, ogni dì s’impare une”* era la sua preferita. La sapeva anche tradotta: il professor Del Ben ci teneva che imparasse un corretto Italiano, ma Latzabrina preferiva recitarla in Friulano, soprattutto dopo “l’incidente con la maestra Anna”.
Era da poco iniziato il suo primo anno scolastico alla De Amicis, la scuola primaria di Castell’Azzara, e i compagnetti avevano qualche difficoltà a pronunciare il suo nome, che poteva diventare “Lattarina” come “Attabrina” o persino “Calzadrina”. Qualche volta la bimba si spazientiva, nell’inutile tentativo di insegnar loro come si chiamava, e un giorno la loro maestra ebbe un’idea.
«Non ti piacerebbe essere chiamata Sabrina? È bello come il tuo nome, ma tutti sanno dirlo.»
Anna aveva i capelli grigi, vestiva di lino d’Estate e di tweed d’Inverno. Era una donna pragmatica e una maestra che ormai già da un pezzo amava il proprio lavoro più che i bambini che ne erano destinatari.
Latzabrina ci aveva pensato un po’ su, e proprio quando aveva deciso di risponderle che no, le piaceva di più il suo nome, un bimbetto dal caschetto biondo era saltato in piedi dichiarando con entusiasmo: «la mia zia si chiama Sabrina!», e quella fu considerata manifestazione del consenso popolare. Così da quel momento, per la classe lei divenne semplicemente “la Sabrina”.
Quando suo padre venne a saperlo, qualche giorno dopo, si infuriò talmente tanto che le invettive uscivano dalla sua bocca solo in dialetto, e Latzabrina imparò un sacco di termini nuovi, come “vechate”**.
L’indomani, la maestra Anna fece ai suoi alunni un breve discorso su come fosse bello il nome che i genitori avevano scelto per ognuno di loro, su quanto importanti fossero le proprie origini e concluse chiedendo a tutti di impegnarsi per imparare a pronunciare correttamente “Latzabrina Del Ben”.
A lei tutta quell’attenzione provocò un certo imbarazzo, ma era contenta di non dover cambiare il suo nome e non vedeva l’ora di imparare a scriverlo bene come faceva il suo papà.

 

 

*”Ogni mese si fa la luna, ogni giorno se ne impara una.”
** “vecchiaccia”

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