5. Ermetismi

«Cos’è che scrivi nei tuoi quaderni?»
La domanda di suo padre era arrivata al terzo quaderno di Latzabrina. L’aveva posta in un tono vagamente speranzoso che le aveva dato l’assoluta certezza che il professore di Italiano sognasse, senza dirlo, che la figlia si rivelasse un enfant prodige letterario. Anche lui, fin da ragazzo, si dilettava a scrivere poesie; aveva persino partecipato a qualche concorso, e nel suo studio esponeva la targhetta che attestava la sua vincita di un secondo premio. Sarebbe sicuramente stato orgoglioso di una figlia scrittrice.
Per questo, a quella domanda, Latzabrina non aveva risposto “quello che mi passa per la testa”, che era la verità che preferiva lui non conoscesse, ma buttò lì qualcosa su degli “esperimenti” che invece suscitarono irrimediabilmente la sua curiosità.
Lei frequentava, allora, la terza media e aveva iniziato a scrivere i suoi quaderni l’anno prima. La collega di suo padre che insegnava Italiano nella sua classe aveva da poco inserito Ungaretti e Montale nelle lezioni, per introdurre i suoi alunni alla poesia, e aveva chiesto loro di provare a scriverne una secondo la propria ispirazione. Per Latzabrina non era stato facile: il corso dei suoi pensieri era più diretto, più lineare, e doveva sforzarsi per esprimerli ermeticamente, con una manciata soltanto di parole, e magari ordinarle pure in un modo gradevole; non era il suo mezzo d’espressione, questo lo aveva capito già. Ma quel giorno, a casa, sul suo quaderno si impegnò a comporre qualcosa che potesse compiacere suo padre quel tanto che serviva per non deludere le sue aspettative, ma che fosse creativo e personale abbastanza da convincerlo a non invadere più di tanto quello spazio, che lei preferiva rimanesse solo suo.
Quello che scrisse fu: “La mano destra è del diavolo / la mano sinistra è del becchino / e insieme seppelliranno il mio destino.“. Così, senza neanche sapere bene cosa volesse dire. L’espressione “mano destra del diavolo” l’aveva sentita in un vecchio western italiano e le era rimasta impressa, il resto era venuto da sé.
Suo padre ne fu molto turbato, e da allora non chiese più di sapere cosa si nascondesse nei quaderni di Latzabrina.