7. Segreti

Latzabrina non diceva proprio tutto, a suo padre. Non perché avesse qualcosa da nascondere, né perché avesse un rapporto conflittuale con lui, tutt’altro; semplicemente, pesi e misure sono diversi, in una mente adolescente.
Per esempio, non gli aveva raccontato di Proietti e la sua “banda”.

Riccardo Proietti, nato e cresciuto a Viterbo, era più grande di lei e l’Estate prima non era stato ammesso all’esame di terza media, perciò stava ripetendo l’anno ed era stato inserito nella loro classe. A Castell’Azzara era arrivato due anni prima, per andare a vivere con i nonni materni dopo che i suoi genitori erano rimasti uccisi in un incidente d’auto; la sua storia era stata la novità più rilevante dopo la nascita di Latzabrina, ma a differenza di quest’ultima, il Proietti ne aveva, di cose da raccontare: della morte dei suoi, certo, ma anche della grande città da cui veniva, dei videogiochi che si potevano comprare, dei cinema multisala dove si potevano anche sbaciucchiare le ragazze, della sua vecchia scuola e della professoressa carina che gli dava sempre bei voti in Inglese. La sua bocciatura era giudicata dai ragazzi del paese un qualcosa di eroico, e i suoi compagni di classe lo avevano tacitamente eletto come “capo”, visto che era il più grande e il più vissuto di tutti. Insomma, il Proietti era un ganzo e aveva tutto un seguito di ammiratori, sia tra i ragazzi che tra le ragazze. Un po’ meno tra i professori, che in riunione discutevano di quanto preoccupanti fossero le cose dietro cui il bambino aveva scelto di murare il proprio dolore. Si poteva quasi dire che il bullismo era stato inconsapevolmente importato dal Proietti nella scuola media di Castell’Azzara, ma la faccenda era delicata e una seconda bocciatura non sarebbe sicuramente servita più della prima.
Così Latzabrina, che prima dell’arrivo di Riccardo era “la diversa” in un senso che al massimo suscitava curiosità e qualche battuta, un anno dopo era diventata la vittima preferita della “banda”. Le ragazze della sua classe la ridicolizzavano per il suo aspetto poco curato -lei non si truccava come da poco avevano iniziato a fare loro, e indossava sempre gli stessi vestiti comodi-, mentre i ragazzi avevano messo in giro la voce che era “frigida”, perché non aveva mai baciato nessuno. Chi aveva opinioni diverse taceva, per evitare di subire lo stesso trattamento.
Latzabrina si faceva scivolare addosso quanto possibile, chiedendosi se quegli ignoranti conoscessero il significato del termine “frigida” e quasi dispiacendosi per loro, che evidentemente non avevano passatempi più edificanti, ma questo atteggiamento finì con l’inasprire le cattiverie del branco: lei “così superiore”, “così presuntuosa”, come si permetteva di stare sempre per conto suo? Chi si credeva di essere, con i suoi bei voti e quel viso da modella? Non si rendeva conto di avere qualche chilo in più? La sua mamma non le aveva insegnato a truccarsi? Ah, già, sua madre l’aveva abbandonata! E poi lo sapevano tutti che andava bene a scuola solo perché suo padre era il prof Del Ben, i suoi voti non contavano nulla. “Dammi quel quaderno, voglio vedere cosa scrivi per tutto l’intervallo invece di fumare di nascosto insieme a noi!”, “Cos’è, sei lesbica? Allora fatti baciare, e non diremo in giro che ti piacciono le donne!”.

Alla fine Riccardo Proietti lo aveva baciato davvero, Latzabrina. Un pomeriggio di Marzo lo aveva incontrato dietro al Municipio, stranamente senza discepoli, che aspettava i nonni mentre facevano la spesa alla Coop sull’altro lato di Via Marconi. Era affacciato al parapetto della terrazza che dava sulla vallata e guardava fisso davanti a sé, immerso in pensieri sicuramente malinconici, data l’espressione sul suo viso; a Latzabrina era sembrato il momento perfetto per un confronto diretto e si era avvicinata.
«Che cazzo vuoi, lesbica?», l’aveva apostrofata lui, allontanandosi di colpo dal parapetto come se fosse stato scoperto a fare qualcosa d’illecito e assumendo la sua postura da gradasso.
«Tu non l’hai mai neanche sfiorata, una ragazza.», dichiarò lei, cogliendolo di sorpresa.
Non era lì per ferirlo, più che altro intendeva verificare una sua teoria.
«Sei…» -rosso in viso, il Proietti cercò le parole più taglienti- «sei solo gelosa perché a te non ti toccherebbe nessuno!».
E, come un atto di sfida, Latzabrina allungò il collo e lo baciò, facendo aderire le proprie labbra a quelle di lui, i corpi distanti un passo di troppo l’uno dall’altro, in una geometria quasi comica. Riccardo non era pronto, ma sapeva che avrebbe dovuto ritrarsi schifato e sputarle addosso una qualche offesa, nel caso qualcuno stesse guardando; eppure non si ritrasse, scoprendo per la prima volta quanto era piacevole quel tocco morbido su cui più di una volta aveva fantasticato e chiedendosi cosa doveva fare con quella punta di lingua che gli stava accarezzando il labbro inferiore. Fu Latzabrina a ritrarsi quando lui decise di metterci la sua punta di lingua, e disse:
«Lo sapevo.»
«Non credere… Guai a te se…!», borbottò lui, lanciando occhiate all’intorno per capire chi poteva averli visti, e per evitare il suo sguardo.
«Tranquillo, Proietti, non lo dirò a nessuno.» Latzabrina si sentiva sollevata e improvvisamente fiera. «A domani.»
I mesi successivi trascorsero come sempre, a Giugno ciascuno degli alunni della loro classe ricevette il proprio Diploma di Licenza Media e poi ognuno prese la sua strada: quasi tutti proseguirono gli studi, ma a Castell’Azzara non c’erano scuole superiori e così quella generazione si sparpagliò per tutta la provincia. I gruppetti che si erano formati in quei tre anni si trovarono ad esistere solo il tardo pomeriggio in piazza, e per quelle poche ore in cui si ricreava l’atmosfera della scuola media Riccardo non sentiva più l’esigenza di marciare “schiena dritta, petto in fuori”; al contrario, Latzabrina imparò a farlo.

E di tutto questo suo padre non seppe mai nulla.

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